Storia
Il mobile coloniale spagnolo: storia e collezionismo
La storia del mobile coloniale spagnolo, dai bargueños e dalle poltrone fratine ai pezzi meticci dei vicereami. Come distinguere lo spagnolo dal novoispano e cosa cercare quando si colleziona.
Pochi campi del collezionismo di antiquariato sono affascinanti (e pieni di trappole) quanto il mobile coloniale spagnolo. È un universo che va dagli stipi mudéjares di Castiglia agli armadi policromi di Oaxaca, passando per gli stipi filippini intarsiati d’avorio. Un territorio enorme, in cui le informazioni affidabili scarseggiano.
Ciò che più ci attrae del mobile coloniale è proprio la sua natura ibrida. Non è mobile «spagnolo» in senso stretto, né indigeno. È qualcosa di nuovo, nato dall’incontro (a volte violento, sempre complesso) tra due mondi. E questa tensione si legge nel legno, nell’intaglio, nei motivi decorativi.
Le radici: il mobile spagnolo del Cinquecento e del Seicento
Per capire il mobile coloniale bisogna partire dalla Penisola. Il mobile spagnolo del Cinquecento e del Seicento ha una personalità fortissima, molto diversa da ciò che si faceva nel resto d’Europa. Tre elementi lo definiscono: l’influenza mudéjar (islamica), l’uso del noce e del cuoio, e una sobrietà strutturale che contrasta con l’opulenza fiamminga o italiana dello stesso periodo.
Il mobile più emblematico è il bargueño (anche «vargueño»): uno stipo portatile con ribalta, poggiato su un piede o un tavolo. I migliori bargueños del Cinquecento e del Seicento sono autentiche opere d’arte. All’interno, un’architettura in miniatura di cassettini e scomparti segreti, spesso intarsiata d’osso, d’avorio o con tarsia mudéjar. Il Museo Nacional de Artes Decorativas di Madrid ne conserva una collezione eccezionale che merita una visita a sé.
Altro mobile fondamentale è la poltrona fratina (silla frailera): struttura in noce con traverse tornite, seduta e schienale in cuoio fissato con borchie d’ottone. Nasce nei conventi (da qui il nome) ma passa presto alla vita civile. La frailera è il mobile che i colonizzatori portano in America, e lì si trasforma.
La traversata dell’Atlantico: adattamento e meticciato
Quando gli ebanisti spagnoli arrivano nel Nuovo Mondo, trovano due cose che cambiano tutto: legni nuovi e artigiani indigeni con tradizioni proprie. Il cedro tropicale, il legno di rosa, il mogano americano, nessuno di questi legni faceva parte del vocabolario dell’ebanista castigliano. E gli artigiani locali, formati nelle botteghe conventuali ma eredi di tradizioni preispaniche, cominciano a introdurre motivi, tecniche e sensibilità non europee.
Il risultato è ciò che gli specialisti chiamano «mobile meticcio»: pezzi che seguono tipologie spagnole (bargueño, frailera, cassapanca) ma incorporano elementi che ne tradiscono l’origine americana. Intagli con flora tropicale, policromie che ricordano i codici, lacche alla maniera di Pátzcuaro o di Olinalá, intarsi di madreperla al posto dell’osso o dell’avorio europei.
Come distinguere lo spagnolo dal novoispano
È la domanda che ogni collezionista si pone, e la risposta onesta è che non sempre è facile. Ma ci sono indizi:
- Il legno: se è noce, è quasi certamente peninsulare. Se è cedro rosso, mogano tropicale o un legno locale che non riconosce, probabilmente è americano. I bargueños messicani usano di solito il cedro per la struttura, a differenza di quelli spagnoli, in noce o pino.
- L’intaglio: i motivi europei tendono a essere simmetrici e classicheggianti, con acanto, volute e grottesche. I motivi coloniali includono spesso fiori tropicali, angeli dai tratti meticci, giaguari, o forme che fondono europeo e indigeno in modo leggermente «scorretto» dal punto di vista accademico.
- Le proporzioni: il mobile coloniale tende a essere un po’ più pesante e robusto del suo equivalente peninsulare. Gli incastri sono talvolta più rozzi, non per mancanza di abilità ma per tradizioni costruttive diverse.
- La ferramenta: la ferramenta coloniale è in genere più grande e decorativa di quella peninsulare. Serrature e bocchette sono spesso più elaborate e trattate come elemento decorativo di primo piano.
I centri di produzione
Non tutto il mobile coloniale è uguale. Messico, Perù, Colombia e Filippine svilupparono tradizioni distinte. Città del Messico e Puebla furono i grandi centri della Nuova Spagna, con botteghe organizzate in corporazioni che seguivano ordinanze molto severe. Nel Vicereame del Perù si realizzarono mobili di grande ricchezza, talvolta con applicazioni d’argento, riflesso, naturalmente, della vicinanza alle miniere di Potosí.
Le Filippine sono un caso a parte, affascinante. Il mobile coloniale filippino unisce influenze spagnole, cinesi e locali. Gli stipi filippini intarsiati d’avorio o d’osso su legni tropicali sono pezzi di eccezionale bellezza.
Collezionare oggi: mercato e cautele
Il mercato del mobile coloniale spagnolo è interessante per un motivo: è ancora relativamente poco gonfiato rispetto al mobile francese o inglese dello stesso periodo. Come orientamento molto generale, un buon bargueño spagnolo del Seicento si trova tra 3.000 e 15.000 euro; un bargueño coloniale messicano del Settecento, tra 2.000 e 8.000 euro. Le poltrone fratine vanno da 500 a 2.500 euro secondo epoca e stato.
Ora le cautele. Il mobile coloniale è uno dei campi in cui circolano più falsi. Abbiamo visto bargueños «del Cinquecento» che erano fabbricazioni messicane del Novecento, fatte con legno vecchio e ferramenta comprata nei mercatini. La chiave, come sempre, è esaminare gli incastri, la patina interna (dove nessuno pulisce) e la coerenza tra tutti gli elementi.
Un dettaglio che guardiamo sempre: nei pezzi coloniali autentici, serrature e ferramenta mostrano di solito piccole irregolarità di montaggio dovute al lavoro a mano. I falsari moderni, paradossalmente, tendono a essere troppo precisi.
Per approfondire, il libro di Grace Hardendorff Burr Hispanic Furniture resta un riferimento imprescindibile a distanza di decenni. E una visita al Museo Nacional de Artes Decorativas di Madrid o alla Hispanic Society di New York vale più di cento libri.
Bibliografia
- Burr, G. H. (1964). Hispanic Furniture: From the Fifteenth Through the Eighteenth Century. New York: Archive Press.
- Aguiló Alonso, M. P. (1993). El mueble en España, siglos XVI-XVII. Madrid: CSIC / Antiquaria.
- Museo Nacional de Artes Decorativas, Madrid. cultura.gob.es/mnad.
- Hispanic Society of America, New York. hispanicsociety.org.
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